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The Minnow
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[Sherlock Holmes] Also when 'tis cold and drear

Titolo: Also when 'tis cold and drear
Parte: 7 di 10 (già completa)
Autore: quest'autrice incredibile risponde al nome di garonne e io vi prego – laddove le capacità linguistiche ve lo consentano – di leggerla in originale (inglese) perché è il Bene. Seguitela, lurkatela, pedinatela, ma scoprirete fin troppo presto che non potrete più farne a meno ._.
Fandom: Sherlock Holmes, che razza di domande.
Rating: R (verso la fine)
Riassunto: Nei primi mesi della loro conoscenza Holmes e Watson si studiano l'un l'altro a distanza, osservandosi e ponendosi delle domande. Contiene lunatici poeti aristocratici, cene di Natale, un'imbarazzante quantità di nebbia e neve e altre amenità.
Note d'autore: POV alternati.
Note della traduttrice sclerata: Holmes e Watson sono due idioti con una spaventosa cotta l'uno per l'altro a cui far fronte. E tutto questo in un vittoriano impeccabile e perfetto che spero di aver reso anche solo a metà e... /o\ Oddio devo fangirlare quest'autrice, non ci posso far nulla ._.
Si tratta di una traduzione del testo originale
(7 - December fog (c))acconsentito a farmi tradurre qui.
Per il resto potrei darmi al fangirl più esasperato, perché non leggevo qualcosa in grado di farmi piangere amore in questo modo dai tempi dell'insuperabile e insuperata Katye (tradotta dalla altrettanto splendida Melina cosa aspettate a correre a leggere io non lo so) piange amore puro.
Chiedo scusa per il ritardo, ma la vita universitaria mi sta rapendo di nuovo e sto avando anche una crisi sentimentale con il mio fandom. Non escludo che alla fine di questa traduzione io e il fandom potremmo prenderci una pausa di riflessione, mettiamola così. Non che io lo lasci per sempre, no. Ma per un bel po', questo sì.

Note: Grazie infinite a Charm and Strange, esperta di anatomia, nonché la responsabile del simpatico vocabolario medico di Holmes in questo capitolo.

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December fog (c)



Restammo pietrificati dietro le tende, nel mentre che Milverton leggeva, ignaro. Il mio cuore batteva all'impazzata – parimenti data l'inusitata vicinanza di Watson e la situazione rischiosa – e potevo sentire chiaramente il suo cuore battere forte quanto il mio. Entrambi sobbalzammo allarmati quando la porta che dava sul giardino si aprì improvvisamente, e la mano di Watson strinse la mia con più forza. A quanto pareva Milverton aspettava un visitatore, ad ogni modo, dal momento che sollevò gli occhi senza preoccupazione alcuna nel mentre che un giovane uomo avanzava nello studio.

«È in ritardo,» sbottò. «Venga, si sieda e vediamo un po' qual è questa lettera di cui parla».

Il nuovo arrivato indossava la livrea di un nobile casato, parzialmente coperta da un largo mantello, sebbene qualcosa nel suo modo di vestire non quadrasse con esattezza. Si trattava forse semplicemente del fatto che quell'uniforme fosse chiaramente diverse misure più grande della sua.

Il volto era uno di una bellezza classica, avvalorata piuttosto che rovinata dal rosso violento dei capelli – soltanto parzialmente celati dal cappello della sua uniforme. Non parlava, e mi domandai se il pallore cadaverico della sua espressione fosse il suo colorito naturale, o fosse dovuto alla forte emozione che a quanto pareva stava soffrendo.

«Ebbene, venga,» ripeté Milverton, dondolando nella sedia dall'altra parte della scrivania. «Non è mia intenzione sedere qui tutta la notte».

«Lei è effettivamente un uomo molto impegnato, Milverton,» disse il nuovo arrivato d'improvviso, e fui intrigato dal tono educato della sua voce, in nessun modo corrispondente al suo modo di vestire. «Deve essere talmente faticoso guardare a tutte le vite che ha portato alla rovina, tutti quei cuori che ha spezzato e fatto a pezzi, tutti quei miserabili meschini che ha portato all'auto-immolazione. Come deve sentirsi orgoglioso, quando guarda a... questi ricordi...» Il suo glorioso discorso terminò in un sorso nervoso, ché il suo spirito poetico era stato soggiogato dall'ansia.

Milverton s'era alzato all'impiedi, accigliato. Il giovanotto restò fermo a fronteggiarlo, e ritirò la mano che aveva fino a quel momento tenuta nascosta sotto il mantello. Tremava, ma la piccola pistola decorata che reggeva era puntata direttamente a Milverton.

«Mi dia... mi dia il documento,» disse, con voce malferma.

Lo sguardo di Milverton passò rapidamente dal volto dell'uomo alla pistola. Non appariva eccessivamente preoccupato, ad ogni modo; i suoi occhi stretti contenevano più ragionamento che paura. «E a quale documento si riferisce, di grazia?»

Notai con sdegno che l'altro non sembrava aver dedicato un gran pensare al suo piano, prima di agire. «Tutti!» rispose, selvaggiamente, agitando la pistola per avvalorare le sue parole. «Tutti i documenti in suo possesso, tramite i quali tiene in suo pugno così tanta gente innocente».

Milverton iniziò a sorridere; un gelido, falso sorriso che non raggiungeva i suoi occhi. «Ripensandoci, non c'è alcun bisogno di dirmelo. Credo di riconoscere i suoi blocchi di Tiziano, e il suo volto scolpito nell'alabastro. Non ero certo se il signor Thaddeus Wright avesse in mente qualcuno di preciso oppure no, il giorno che ha sottoscritto una composizione tanto impudente. Interessante». Il suo sorriso si allargò, sebbene i suoi occhi rimanessero freddi e spietati. «Sa, lei è davvero un giovanotto dei più sciocchi. È un crimine serio, quello di minacciare un rispettabile uomo di legge. Mi basterebbe semplicemente alzare la voce, e la mia servitù sarebbe qui in pochi istanti. Ma se se ne va ora, sarò tanto clemente da sorvolare sull'intera faccenda. È una fortuna per lei che la sua identità rimanga un mistero per me».

Avevo già annotato e memorizzato il disegno della livrea che l'altro uomo aveva utilizzato per travestirsi, ed ero sufficiemente certo che Milverton non avesse mancato di fare lo stesso. Non è infrequente che un idiota indossi l'uniforme dei suoi stessi servi, e sarebbe stata una cosa da niente identificarlo. Milverton aveva senza dubbio raggiunto la stessa conclusione.

«E il documento? La poesia di Wright?»

Milverton scrollò le spalle. «Cosa gliene importa? Ma se davvero le sta a cuore, perché non dargli i soldi di cui ha bisogno per soddisfare la mia richiesta?» Guardò il ragazzo dall'alto in basso in maniera piuttosto eloquente. «Se non paga, sa, è improbabile che sopravviva allo shock di essere esposto, e dovrebbe davvero trovare...»

La frase fu interrotta dallo sparo della pistola, come il giovane cominciò a svuotare i proiettili nel busto di Milverton, le sue mani tremanti ma il suo animo fermo. Sentii Watson tendersi in uno slancio in avanti – il suo istinto di salvare una vita che aveva la meglio – e gli misi le braccia intorno per impedirglielo. Non avevo in me la benché minima intenzione di lasciare che si avvicinasse ad un uomo armato ed emotivamente instabile in nessuna circostanza, quand'anche ci fosse stata Sua Maestà la Regina in fronte a noi invece che il deprecabile Milverton.

La prima pallottola aveva perforato la clavicola di Milverton e questo aveva traballatò, afferrandosi la spalla. La successiva si era piazzata da qualche parte nella regione del suo fegato, ma non ebbe nemmeno il tempo di piegarsi in due che le altre pallottole gli avevano preso il cuore. La sua ultima espressione fu una di shock e incredulità, come cadde al pavimento dalla scrivania, e spirò.

Il ragazzo era all'impiedi in fronte a lui, ogni fibra del suo corpo tremava con la più grande emozione, il suo volto prosciugato da ogni goccia di sangue e i suoi occhi spalancati e fissi. Si voltò lentamente, quindi se la diede a gambe, fuggendo dalla porta che dava sul giardino.

Era scomparso da poco che io stavo già attraversanto la stanza per chiuere la porta dalla quale io e Watson eravamo arrivati. Non avevo dubbio alcuno che l'intera casa sarebbe arrivata a breve sulla scena. Quindi marciai verso la cassaforte, e cominciai a fare i documenti a listelle, gettandoli indiscriminatamente nel fuoco.

Con la coda dell'occhio, frattanto, guardavo Watson, che si era inginocchiato sul corpo. Aveva premuto due dita sulla carotide di Milverton. «Morto, di certo. Non c'era nulla che avrei potuto fare».

«La giustizia ha trionfato su un malvagio,» tagliai corto. «Vieni ad aiutarmi, Watson».

Già il calpestio di piedi risuonava nel corridoio di fuori, e in una questione di momenti qualcuno stava crepitando alla maniglia. Watson gettò gli ultimi documenti nel fuoco e io raccolsi la mia lampada e i miei strumenti, e insieme ci precipitammo fuori dalla porta del giardino. Qualcuno dei membri maschi della servitù era già lì, e ci spararono contro mentre correvamo e scavalcavamo il retro di un muro. Per un unico, orribile momento pensai che Watson fosse stato preso, ma si era in fretta liberato della mano che gli aveva afferrato la caviglia e saltammo al suolo raggiungendo il terreno dall'altro lato. Insieme corremmo lungo il limite della brughiera, e seminammo i nostri inseguitori tra le ricche ville dell'Hampstead.

Fossi stato solo, probabilmente avrei attraversato di gran corsa tutto il Regent's Park senza fermarmi, ma non potevo essere più cosciente della sofferenza cui Watson doveva starsi evidentemente sottoponendo, in silenzio come sempre. Nel momento stesso in cui raggiungemmo un posto conveniente – una lunga, coperta scalinata che dava in un piccolo giardino pubblico – mi fermai, tirando Watson con me.

«Ci siederemo qui per un po',» asserii con una voce che non permetteva repliche. Watson non ebbe bisogno di nessun altro incoraggiamento per crollare contro un gradino, una mano che premeva con forza contro la gamba. Mi sedetti appena sotto di lui, dopo essermi accertato che non potevamo essere visti dalla strada.

Altri due uomini cacciati in logore coperte stavano sedendo più sotto, chini sulle loro candele di sego che illuminavano il loro meticcio e i giochi di carte. Ci ignoravano, come noi loro.

Dal profilo illuminato dalla scarsa luce lunare del suo volto potevo vedere Watson mordersi il labbro. «Ho il serio timore di aver sovraccaricato il mio muscolo di lavoro,» annaspò. «Potrei non essere in grado di camminare per un po'».

Sedemmo in silenzio, recuperando fiato. Dopo qualche tempo, Watson disse:

«Si chiama Faulkner – il ragazzo dello studio».

«È un artista di qualche tipo, ho indovinato?»

Watson annuì. «Un poeta».

«Non ne sono sorpreso». Non riuscii a trattenere una nota di sdegno nella mia voce. «E un nobile, a giudicare dalla livrea?»

«Una nobiltà molto minore, mi pare. Ha incontrato Wright in una sorta di incontro politico radicale». Fui certo di intercettare una punta di rammarico nella sua voce quando aggiunse: «Wright deve certamente aver ispirato una profonda devozione in lui».

Schioccai la lingua spazientito. «Avrei fatto lo stesso per te, e anche parecchio di più».

Avevo parlato senza pensare, ma quando lo sguardo di Watson balzò per incontrare il mio – i suoi occhi pieni di sgomento e qualcosa di vicino alla soggezione – mi resi conto con precisione di che cosa avessi appena rivelato.

Nondimeno, non avevo in me il benché minimo desiderio di ritrattare le mie parole. «Intendevo quello che ho detto,» dissi, e osservai il volto di Watson rompersi in un sorriso. Dopo qualche istante, sentii qualche ulteriore chiarimento necessario, per la salvaguardia della mia reputazione. «Con questo non voglio dire, certo, che avrei perso la testa in una maniera tanto idiota, né che me ne sarei andato via senza il documento che ero venuto per ottenere. Mi piacerebbe pensare di essere a un livello parecchio superiore di questo».

Watson scoppiò in una sonora risata. Sentii la sua mano sfiorarmi il fianco sinistro, quindi si mosse per posarsi sull'altra mia spalla, di modo che fossi circondato dalle sue braccia. Dopo un momento di esitazione, lasciai che mi abbracciasse.

Le sue mani si strinsero, abbracciandomi più forte. Potevo sentire il soffio del suo respiro sulla guancia.

«Piuttosto piacevole poter fare una cosa del genere senza quel mostro a pochi passi da noi, ti pare?» disse piano. Le sue labbra che strofinavano la punta del mio orecchio. «Devi sapere, quando eravamo dietro le tende, mi pareva di poter esplodere da un momento all'altro, tanto allettante era essere schiacciato contro di te. Ma adesso, d'altra parte...» La mano abbandonò la mia spalla per scorrere lentamente lungo la linea della mia mascella. La sensazione era una da mozzare il fiato.

«Watson...» dissi, con voce strozzata. «Non farlo...»

Si irriggidì un poco, e mi spinse un poco per guardarmi in faccia. «Holmes, di certo converrai con me – se mi concedi di dirlo con le tue stesse parole circa la nostra escursione alle Appledore Towers – che si tratta di qualcosa che è un crimine di nome soltanto, e che non ci sia nemmeno bisogno di giustificarlo da un punto di vista morale?»

«Sì, di certo».

Si rilassò, sebbene ci separassero ancora diversi centimetri di aria.

«Dunque ti fidi di me a tal punto da farmi commettere uno scasso con te, ma non sei capace di darmi la tua fiducia in questo? Non puoi fidarti della mia discrezione? Non sono un perfetto sciocco, Holmes, e non farei mai nulla per attirare l'attenzione su di me. Mi sembra che l'unica persona al mondo su cui tu ti senta in grado di riporre cieca fiducia, sia te stessa». Non c'era nulla che manifestasse accusa nella sua voce, o rabbia, quanto piuttosto rammarico.

Le sue parole mi colpirono quasi fisicamente. Non avevo mai capito perché la modestia dovesse andare consideratta una virtù, e quindi ho raramente obiettato quando mi veniva applicato l'epiteto di arrogante. Nondimeno, non avevo mai rimpianto l'attributo più che in questo momento. Watson aveva perfettamente ragione nell'asserire che io non credessi nessun altro al mondo capace della discrezione e della costrizione che io stesso praticavo. E ancora, come avevo potuto fare a Watson il torto di categorizzarlo indiscriminatamente insieme al resto del mondo?

Lo fissai, sentendomi come se uno dei pilastri centrali della mia vita fosse stato rovesciato. Ero pietosamente incapace di dare voce ai sentimenti che pure serpeggiavano nella mia testa.

Quindi il cane abbaiò sotto di noi, rompendo il momento. Watson strinse un'ultima volta le mie spalle e mi lasciò.

«Mi sono congelato fino alle ossa, a star seduto qui,» disse piano, «e ritengo di essere di nuovo in grado di muovermi». Cominciò a lottare coi suoi piedi.

Balzai in piedi per aiutarlo.

«Watson,» dissi quando entrambi impiedi, senza lasciare la mia presa su di lui. «Ti supplico di credere che io mi fido di te».

Le parole restarono sospese a mezzaria in mezzo a noi.

«Lo so,» fu tutto quello che rispose. «Certo che lo so». Mi offrì il suo braccio. «Vieni, abbiamo una lunga camminata in fronte a noi».

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Tags: also when 'tis cold ane drear, also when 'tis cold ane drear #7/10, fanfic, long(ish), sherlock holmes, traduzioni mediocri di lavori splendenti
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